Non è durata nemmeno il tempo di una fioritura la rivoluzione agricola a chilometro zero di Santa Maria Capua Vetere. Con la stessa fulminea rapidità con cui a volte si aprono (e si richiudono) i cantieri pubblici, l’amministrazione e i responsabili dei lavori hanno sferrato un colpo letale alla neonata “cooperativa operai edili” di Palazzo Teti: i pomodori sono stati immediatamente rimossi.
Smantellati, sradicati, evacuati. Il sogno bucolico di un’insalata estiva nata all’ombra del monumento borbonico è svanito nel nulla nel giro di poche ore. Evidentemente, la notizia della piantagione clandestina deve aver fatto sobbalzare sulle sedia qualche dirigente o assessore, improvvisamente ridestato dal torpore della vigilanza e colto da un sussulto di legalità botanica. “L’agricoltura abusiva non passerà!”, devono aver gridato nei corridoi del Comune, decretando l’immediato sgombero delle piantine.
I residenti della zona, ormai affezionati spettatori di quel piccolo miracolo verde tra le macerie e i furgoni, stamattina hanno assistito a una scena ben diversa: niente più amorevoli cure ai germogli sotto il sole di giugno, ma un mesto ritorno alla routine cementizia. Resta solo l’amaro in bocca per un raccolto spezzato sul più bello.
La rapidità dell’intervento ha dell’incredibile ed entra di diritto nei guinness dei primati della macchina amministrativa sammaritana. Se solo si usasse lo stesso tempismo d’acciaio per tappare le buche stradali, ripulire i marciapiedi dai sacchetti abusivi della domenica o controllare che i campi di calcio non vengano progettati tre metri più stretti del dovuto, la città sarebbe una piccola Svizzera. E invece no: la tolleranza zero si applica solo al datterino e al san marzano.
Ora che l’ordine pubblico ortofrutticolo è stato ripristinato e il decoro del cantiere abbandonato è salvo, gli operai dovranno rassegnarsi a comprare i pomodori al supermercato, e i vicini torneranno a godersi il cantiere nel suo stato originale: un trionfo di polvere, rumore di attrezzi e urla colorite. Senza nemmeno il conforto di una buona passata fatta in casa.






