C’era una volta una città che sognava in grande. Anzi, in grandissimo. Santa Maria Capua Vetere si era messa il vestito buono, aveva spolverato i marmi romani e lucidato le armature dei gladiatori immaginari, pronta a correre per il titolo di Capitale Italiana della Cultura. Un sogno legittimo, per carità: quando puoi vantare un anfiteatro che fa impallidire mezzo Impero, un mitreo che profuma di misteri orientali e una storia che affonda le radici prima ancora che Roma diventasse Roma, un po’ di ambizione ti viene naturale. Perché oltre all’Anfiteatro Campano e al Mitreo di Santa Maria Capua Vetere, la città può permettersi anche il velluto e gli stucchi del Teatro Garibaldi, elegante e un po’ vanitoso come ogni teatro che si rispetti. E, per chi ama la vita quotidiana degli antichi più delle grandi imprese eroiche, c’è la Domus di Confuleius: mosaici, ambienti domestici, l’idea confortante che anche duemila anni fa qualcuno litigasse per l’ordine in salotto. Poi però, come nelle migliori commedie all’italiana, il finale non è stato quello sperato. Niente riconoscimento culturale, niente incoronazione. Sipario. Applausi trattenuti. E fin qui, ordinaria amministrazione delle delusioni civiche. Il punto è che proprio mentre la città cercava di raccontarsi come culla di storia, arte e bellezza – e la candidatura, al di là del risultato, era soprattutto questo: un grande spot collettivo, un “venite a vedere prima di giudicare” – sul palco del Festival di Sanremo arrivava Alessandro Siani con la leggerezza che lo contraddistingue e una battuta che, come una cartolina spedita senza preavviso, riportava Santa Maria Capua Vetere alla ribalta nazionale.
Non per l’Anfiteatro.
Non per il Mitreo.
Non per il Teatro Garibaldi.
Non per la Domus di Confuleius.
No.
Per il carcere.
Una di quelle ironie che fanno ridere mezzo Paese e sospirare l’altro mezzo. Perché sì, la casa circondariale è parte della cronaca e della contemporaneità cittadina, ma non esattamente il monumento che si sogna di vedere citato in prima serata nazionale, tra un duetto e una standing ovation. Così succede che una città che prova a raccontarsi come capitale di bellezza millenaria venga riassunta in una battuta. Che mentre lei mostra mosaici e palcoscenici, qualcuno noti solo le sbarre. È il destino crudele delle narrazioni veloci: scelgono un dettaglio e lo trasformano in etichetta. Eppure il paradosso è proprio qui: Santa Maria Capua Vetere è un luogo dove Spartaco avrebbe alzato la testa contro l’Impero, dove il teatro continua ad alzare il sipario e dove sotto i piedi dei passanti riposano domus romane. È una città che custodisce pietre millenarie e memorie sotterranee, ma che deve ancora combattere per farsi raccontare nella sua interezza. Forse la vera sfida non era solo vincere un titolo ministeriale. Forse la sfida è vincere il racconto. Trasformare una battuta in un assist, una citazione ironica in un’occasione per dire: “Sì, siamo anche questo. Ma siamo soprattutto altro” .Perché tra un palco dell’Ariston e un’arena romana, la differenza la fa sempre la luce. E Santa Maria Capua Vetere, di luce antica, ne ha da vendere. Anche quando i riflettori, per un attimo, si accendono dalla parte sbagliata.
Guarda il link per ascoltare Siani sul palco del Festival di Sanremo.




