“Non sorprende la sgarbatezza con cui l’Amministrazione, alias il Sindaco, reagisce ogni volta che qualcuno esercita il diritto – e il dovere – di formulare osservazioni critiche sulla gestione del bene comune. È una cifra ormai riconoscibile: il dissenso non viene affrontato nel merito, ma liquidato con sarcasmo improprio e argomentazioni elusive.
La “smentita” risulta infatti del tutto fuori fuoco: si parla non per chiarire, ma per tentare di screditare. E lo si fa persino attribuendomi, secondo una personale elucubrazione, l’intenzione di candidarmi a Sindaco, senza neppure avvertire la necessità di declinare il ruolo al femminile. Un dettaglio tutt’altro che formale, che dice molto sul modo di concepire le istituzioni e chi possa legittimamente rappresentarle.
Inoltre, mi chiedo: se anche qualcuno avesse realmente questa legittima aspirazione, a chi mai dovrebbe chiedere l’autorizzazione? La democrazia, fortunatamente, non prevede “visti” di idoneità rilasciati da chi occupa pro tempore una poltrona.
Tuttavia, poiché mi si accusa di “ricostruzioni approssimative”, rispondo citando testualmente la Delibera di Giunta n. 231 del 7 novembre 2024, firmata proprio da questa Amministrazione. Un atto che smentisce la narrazione odierna del Primo Cittadino.
Il Sindaco tenta goffamente di attribuirmi incomprensioni sulla natura del progetto. Nulla di più falso. La Delibera 231/2024 afferma chiaramente che il Comune di Santa Maria Capua Vetere figura come partner end user (ovvero utilizzatore finale). Essere “end user” non significa essere spettatori passivi. Significa che l’Università ricerca e sviluppa, ma spetta all’Amministrazione prendere quel risultato e farlo vivere nella città.
Se l’Università consegna uno strumento d’avanguardia e il Comune lo riduce a un “prestigioso soprammobile digitale” lasciato a decantare nell’inerzia, la responsabilità politica del fallimento è di chi governa, non di chi ha fatto ricerca.
L’evento del 28 ottobre al Teatro Garibaldi, evocato dal Sindaco, non costituisce una strategia. Un progetto di tale valenza non si esaurisce con il taglio di un nastro o un applauso a teatro: richiede programmazione, comunicazione costante e una visione che vada oltre il singolo evento. Senza queste basi, anche la tecnologia più sofisticata diventa un’occasione sprecata.
Tant’è che, ad oggi, solo 22 persone “si sono immerse in un viaggio digitale nel cuore del patrimonio archeologico della nostra città, anche quello nascosto”. Un patrimonio rimasto, evidentemente, nascosto anche agli utenti.
Siamo al 29 gennaio 2026. Dichiarare oggi che “la seconda fase non è ancora completamente partita” non è una giustificazione, ma l’ammissione di un cronico ritardo. Parlare di “fase di avvio” a distanza di 14 mesi dalla delibera e dopo il naufragio della candidatura a Capitale della Cultura — di cui Veterea rappresentava un pilastro centrale del dossier — è, francamente, puerile.
Molto probabilmente la verità è amara: svanita la vetrina della candidatura 2027, è sfumato l’interesse politico per lo strumento.
Continuerò a praticare una politica che non ha bisogno dell’insulto per affermarsi. Perché l’offesa non rafforza mai le tesi: testimonia soltanto la difficoltà di chi, non avendo argomenti solidi, cerca rifugio nella provocazione.
L’unica cosa che orgogliosamente rivendico è quella di essermi dimessa. Una scelta netta e coerente, dettata dall’impossibilità di condividere metodo, visione e rispetto delle persone. Perché, talvolta, andarsene non è una rinuncia: è l’unico modo per restare fedeli a se stessi e al mandato pubblico.
Non cerco scontri né visibilità. Credo che Santa Maria Capua Vetere abbia bisogno di una politica più concreta, capace di trasformare le opportunità in risultati. Ed è con questo spirito — serio, documentato e aperto al dialogo — che continuerò a parlare alla città”.




